È un’illusione che le foto si facciano con la macchina…. si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa. [Henri Cartier-Bresson]
SULLA scia di “Quello che [non] ho”, anch’io mi sono scelto una parola, dato che nessuno mi inviterà mai in trasmissione, ma trovo l’idea stimolante.
E la mia parola è FOTOGRAFIA.
Perché, quindi, quella frase del Maestro? Perché è da una vita che mi pongo il solito quesito sull’uso del mezzo, e sul rapporto che intercorre tra l’immagine finale e il pensiero che l’ha prodotta, se il risultato finale corrisponda alla dichiarazione di intenti, o invece accenda una luce su una sorta di verginità emozionale. Perché la macchina fotografica in sé non è che un mezzo, un attrezzo del mestiere per cui è indifferente scegliere quale utilizzare. Prevale il motivo che provoca la reazione occhio-cervello-cuore, per dirla alla HCB: cioè, rimane fondamentale il fotografo.
C’è stato un tempo in cui c’era la rincorsa alla “macchina perfetta”: gente che si svenava per comperare la macchina ultraprofessionale, corredata con le ottiche più prestigiose; e magari, per fare le stesse foto che avrebbe fatto con una macchinetta da quattro soldi. Tutto finalizzato alla “foto perfetta”. Siamo nella civiltà dell’immagine, ed i programmi di fotoritocco sono quelli che dilagano sulla maggior parte dei computer di chi si diletta anche di fotografia, oltre che divenire imbianchini bravi a verniciare di [improbabile] perfezione i soggetti che popolano le illustrazioni dei giornali.
Ma cos’è una foto perfetta? Partiamo dal presupposto che la perfezione sia un assunto filosofico: non esiste se non come concetto astratto. Eppure la fotografia naturalistica ha sempre cercato la foto virtualmente perfetta, intesa come massima definizione possibile, luce diffusa in grado di esaltare il contrasto ed evidenziare il dettaglio, massima nitidezza e profondità di campo. Basta consultare un numero a caso di “National Geographic”, che per primo ha fatto della massima nitidezza una regola: fino a che era in commercio la pellicola, i suoi fotografi usavano quasi esclusivamente Kodachrome. Ed è uno spettacolo, vedere primi piani di fenicotteri rosa o tetraoni delle praterie dove vengono evidenziate le singole piume, o le goccioline d’acqua su anfibi di ogni specie: colori saturi, luce perfetta. Paesaggi lunari alle porte di casa, o giochi di luce tra le fronde delle foreste nepalesi in cui si leggono i segni mistici della Creazione. Nitidezza, contrasto, saturazione, contributo dello sfocato: la “Foto Perfetta”.
Eppure, non è detto che la perfezione sia sinonimo di espressione, e non è detto che dia emozioni: non sempre la perfezione emoziona. Nella ricerca della “Foto Perfetta” rischiamo di dimenticare che la fotografia, intesa come arte figurativa, deve esprimere ed emozionare, perchè altrimenti può interessare solo al suo autore, mai a qualcun altro. Se una fotografia non comunica nulla, non interesserà a nessuno: l’immagine dell’auto che entra in zona pedonale, anche se perfetta, interesserà solo il vigile che mi spedirà la contravvenzione, ma dubito fortemente possa emozionarlo.
Un po’ come le attrici superliftate: bamboline perfette, ma difficilmente fanno provare emozioni. Per capirci, l’ultima Nicole Kidman: troppo pulita, troppo pettinata. Irreale come donna, irreali le foto che la ritraggono, sembra di tornare al liceo quando le suggestioni della filosofia insegnavano a considerare, complice Platone, le immagini come archetipi.
Il fatto è che la foto perfetta descrive una realtà interessante perchè ci mostra quello che normalmente non è accessibile ai nostri sensi: per questo la guardiamo, per questo ci stupisce e ci interessa. Come di fronte alle cartoline delle nostre città, altre rispetto ai cieli perennemente azzurri, ai tramonti infuocati, alle acque azzurre dei corsi d’acqua che le attraversano.
L’emozione è un’altra cosa.
Non attiene alla sfera della conoscenza, ma a quella dei sentimenti e dell’esperienza. Alla vita nella sua essenza. Guardando una foto, si ammira più di una semplice visuale, molto più delle forme e dei colori. La bellezza è altrove, è fondamentale, è istintivamente fondamentale. E’ relativa al tempo, a quell’ istante reso immortale, il bacio parigino di Doisneau, il miliziano di Capa sono momento incisi per l’eternità. La domanda da porsi è: perchè quell’ istante li, e non quello dopo, o quello prima… Ma questa è stata la decisione del fotografo.
Non sempre perfezione ed emozione vanno d’accordo, è un fatto. Ma forse è la definizione stessa ad essere sbagliata: semplicemente una foto perfetta non è necessariamente una immagine dal contrasto equilibrato che ci restituisce dovizia di particolari e che rispetta la regola dei terzi. Forse, a pensarci bene, non si può nemmeno dare una definizione di foto perfetta, perchè un’immagine fotografica, come un quadro, suscita un’emozione che non è misurabile ed è diversa per ciascuno, e allora ben vengano le regole di composizione, ben venga la tecnologia a darci una mano a scattare fotografie più equilibrate, a restituirci colori più puliti. Ma non dimentichiamo che tutte queste cose ci devono servire per trasmettere emozioni, e allora una foto è “perfetta” solo quando suscita un’emozione in molte persone. E’ una definizione debole, ma è tutto quello che davvero si può dire.
Quando mi dilettavo e frequentavo un circolo, mi dava ai nervi sentirmi chiedere di tempi, diaframmi, ottiche usate, quando la massima soddisfazione era sentir dire “che bella!” di una foto magari sgranata, pure un po’ mossa, ma che restituiva la bellezza naturale di cui Madre Natura è capace nelle sue inesauribili forme. Chè poi, pensiero finale, a rifletterci, solo la fotografia, tra tutte le discipline artistiche, è capace di materializzare i sentimenti dell’artista: più della stessa pittura, che richiede una tecnica per molti inavvicinabile. Più della scultura, che non può prescindere da una grande manualità. Dato che nessun pennello, nessuno scalpello, nessun attrezzo può essere più veloce dell’otturatore: e nella frazione di secondo che passa tra la pressione dell’indice e l’eternità ci rientrano bene o male le storie personali, la sensibilità, il gusto, la cultura, le emozioni, l’educazione, perchè no l’umore e lo stato d’anima di chi scatta. Ed è questo tempo brevissimo, un chiodo a fissare uno scorcio di immortalità, che “fa” la bellezza di una foto: una bellezza che non si ritrova da nessun’altra parte.